17.05.2006 – 17.05.2016 Ostinarsi a ricordare – Obstinately remembering

Ricordo

“Ne sono uscito indenne” è una frase che non ha nessun senso. Non esiste. Nel bene o nel male le cose ti rimangono addosso, ed alcune telefonate più di altre: “Novi, dove sei, sono sotto casa tua”, e per qualche secondo pensi sia una cosa bella, ma poi quattro parole, come quattro colpi alle ginocchia. La mia amica, la mia sorella, la mia coscienza era morta, insieme a sua sorella (vera), per uno stupido incidente in una strada canicolare della Sicilia.

Dicono che, quando una persona giovane muore, dopo un po’ rimanga solo la famiglia a ricordare. Se è così, il mio sospetto è confermato: tu sei famiglia. Non è passato un solo giorno, in questi dieci anni, in cui non abbia voluto raccontarti qualcosa o ricordato il tuo modo di ridere. Non è passato un solo minuto in cui non abbia voluto bene ai tuoi a cuore aperto, come altri fratelli, anche se il mio modo di vivere le cose mi ha portata ad allontanarmi. Anche se, per un po’, ci siamo allontanate perfino noi: come due gazze ci siamo voltate verso persone che sembravano luccicare – e poi, un giorno, sei arrivata con una torta, e Giulia mi ha detto “meno male che sei tornata, Novi, non ne potevo più”, perché a voce alta certe cose le sapeva dire solo lei.

In questi dieci anni senza di te ho imparato ad amarti con i denti, con la tenacia dell’erba di scarpata, e di quella poesia che ti ho regalato per i tuoi e i miei diciotto anni. Come un personaggio senza nome di McCarthy mi sono ostinata a ricordare dopo che erano spariti i colori e i ricordi. Mi sono aggrappata alla lettera per me che ho trovato nella tua borsa, quella prima sera senza di te; sei riuscita a chiamarmi la tua migliore amica anche da morta, e non mi è sembrato neanche un regalo, all’inizio: ero così sbigottita che prima di prenderla ho chiesto il permesso, e continuavo a fissarla come si guarda il proiettile che ti sta venendo addosso.

Ho così tanti ricordi da custodire da sola che qualche volta è stato difficile fare spazio a nuove persone. Come si impara, Marta, a non avere più una sorella? Un giorno mi sono guardata allo specchio con la violenza di un foglio bianco, e ho dovuto ammettere a me stessa di essermi persa.
Sono passati dieci anni, da quel pomeriggio in cui arrotolavo prosciutto intorno ad un grissino quando mi è squillato il telefono e la mia gamba ha cominciato a muoversi da sola come una scossa di terremoto. E un bel giorno è arrivato quel concerto a Trieste, e mentre Eddie cantava “Please say that if you hadn’t gone now / I wouldn’t have lost you another way”, fra le luci e migliaia di ragazzi pigiati io cercavo di nascondere le lacrime come nel peggior cliché ma pensavo che, in fondo, le persone che ho scelto ti piacerebbero, ed è stato anche grazie a loro se ho imparato a ricordarti soprattutto quando mi sento felice, e non quando mi sento triste.

Come vedi scrivo ancora lettere; qualche volta vorrei che mi rispondessi. Vorrei, se non altro, un cenno, come un sasso alla finestra. Come scoprire, grata e stupita, che porti ancora le stesse magliette.

34

“I got out unharmed” is a sentence that makes no sense. It doesn’t exist. For better or worse, things stay on you, and some phone calls more than others: “Novi, where are you, I’m under your window”, and for a moment you think it’s something nice, but then four words, four shots to the knees. My friend, my sister, my conscience was dead, with her (real) sister, because of a stupid accident in a scorching road in Sicily.

They say that, when a young person dies, after a while only the family remembers. If so, my suspicion has been confirmed: you are family. It has not been a single day, in these ten years, I haven’t wanted to tell you something or remembered the way you laugh. It has not been a single minute I haven’t been fond of your family with my open heart, like sibilings, although my way of living things has led me to walk away. Although, for a while, we walked away from each other too: like two magpies we turned to people who seemed to sparkle – and then, one day, you came with a cake, and Giulia told me “Thank God you’re back, Novi, I’d had enough”, because she was the only one who was able to say some things out loud.

During these ten years without you  I learned to love you with tooth and nail, with the stubborness of grass down the slope, and of that poem I gave you for our 18th birthdays. As an unnamed McCarthy’s character, I obstinately remembered when colours and memories were gone. I held on to your letter for me, the one I found in your purse that first night without you; you managed to call me your best friend even in death, and it did not seem even remotely a gift, at the beginning: I was so startled that I asked permission before taking it, and I kept staring at it as you stare at the bullet that is coming for you. 

I have so many memories to cherish alone that sometimes it was difficult to make space to new people. How do you learn, Martina, to no longer have a sister? One day I looked in the mirror with the violence of a white sheet, and I had to admit to myself that I was lost. Ten years have passed since that afternoon when I was rolling ham around a breadstick, when the phone rang and my leg began to move by itself like an earthquake. And, one day, that concert in Trieste came, and while Eddie sang “Please say that if you hadn’t gone now / I wouldn’t have lost you another way”, among the lights and thousands of guys crushed together I was trying to hide the tears as in the worst cliche but I thought that, after all, you would like the people I have chosen, and I have to thank them too if I learned to remember you especially when I feel happy, not when I feel sad.


As you can see I still write letters; sometimes I would like you to answer. I would like, if nothing else, a nod, like a pebble at the window. Like finding out, grateful and amazed, that you still wear the same old T-shirts.
 
 

 

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